Cronaca di una morte annunciata

Cronaca di una morte annunciata

- in Riflessioni, Scombino Stories
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Ed eccomi qui, seduto all’angolo sinistro di un bunker sotterraneo, illuminato da tenui luci rosse che mi accorgo in silenzio di aver fatto una cazzata.

L’aria è intrisa di fumo di sigaretta, sudore ed ormoni. Lo percepisco e non dovrei.

Rifletto
Perchè il palco si trova più in basso del pubblico? Indurre una sensazione di distacco? Suscitare sentimenti di dominio? O semplicemente un caso?

La mia testa si piega verso sinistra fino ad adagiarsi al muro, e gli occhi iniziano a fissare un punto a mezz’aria.

Qualcuno mi parla, capisco, ma non riesco a rispondere. Decido di alzarmi.
Magari facendo due passi starò meglio mi ripeto per convincermi.

Mi sollevo, ma barcollo, incapace di comunicare con il corpo. La mente continua a ripetere, “vediamo di portare a casa la pellaccia”.

Quando sei sconvolto le esperienze pregresse ti vengono in aiuto e ti aiutano a distinguere il bene dal male, il vero dal falso, anche nella più spietata mescolanza di colori, suoni ed emozioni. Sei debole, lo sai, e sai di non poter fare affidamento sul tuo intelletto, ma puoi comunque contare sulla tua esperienza che ti aiuterà a percepire le giuste vibrazioni, quelle che confidi ti faranno portare a casa il risultato.

Bagno
Fonte di eterna giovinezza, panacea, salvezza e paradiso, punto fermo di noi cervelli semplici.
Fiumi di acqua inondano la mia fronte, irrorano i miei polsi, scivolando via chissà dove. A lungo attendo il brivido, quel turgore della pelle al contatto con l’acqua ghiacciata, invano.

Panico
Non sento il freddo, ma un gran caldo dentro.

“Questa è l’acqua e poi, per dopo, eccoti la cochina per arripigliarti”

Parole di conforto. Vibrazioni positive. Forse ce la posso fare.
(La cochina non è la cocaina, ma il vezzeggiativo di coca-cola)

Trovo del ghiaccio, a lungo me lo spalmo sulla fronte ma è come burro su una piastra bollente.

Mi impongo di stare meglio, me ne convinco.
Non posso stare male, ho buttato l’acqua in faccia, ho bevuto la cochina..sicuramente sto meglio.

E poi eccole che ritornano : sensazioni negative tutt’intorno, il bunker, gli sguardi, le luci, il fumo, la musica alta. Ricordo gli AC/DC ed io che corro, barcollando.
Sono fuori
Fuori deve fare un gran freddo. La mente lo ignora, ma il corpo si difende.
Spasmi improvvisi, contrazioni involontarie, movimenti ripetitivi. Le mani si serrano e si aprono spontaneamente, i palmi scivolano sulle ginocchia sù e giù. Mi vedo, mi percepisco, ma non mi controllo.

Sguardi minacciosi, come a dire “se mi vomiti qui ti porto a calci in culo fino agli sbirri” mi impongono di alzarmi.

Anche le scale sono ormai perdute.

Con decisione mi sollevo e, barcollando, mi dirigo da qualche parte, lontano.

“Devo chiederti una cortesia”
“Dimmi tutto”
“Per favore, fammi svenire”

Dio sopprimi questo inadatto, questo relitto, aggrappato con tutto se stesso al non essere.

Dita in gola
Conati di disgusto, mucose irritate, bile e sangue all ingresso di un supermarket cinese. A pochi passi occhi indiscreti. Non li vedo, li percepisco e sento che qualcosa andrà storto. Mi sembra di udire delle sirene e già mi vedo in carcere a discutere del mio arresto in una sala interrogatori. Tutto il mondo che conoscevo sta andando a rotoli.

Miracolo

Mi ritrovo in un taxi, diretto verso casa.

Sicurezza

“Devi soltanto restare zitto, in silenzio, chiudi gli occhi, non fiatare, non fare movimenti strani e forse il tassista non noterà quello che sta accadendo. Se ti scopre potrebbe essere la fine, ti deporterà, ti imprigionerà, farà di te il suo schiavo”

Voglio morire
La tentazione di aprire la portiera del Taxi e saltare fuori a 100km/h è molto forte. Un unico brusco movimento e poi via, rotolando sull’asfalto caldo, incurante del resto, una prospettiva niente male.

Ascensore
Solo un altro piccolo passo.

Casa
Vibrazioni positive. Adesso devo soltanto superare la notte.
Con le ultime energie residue sradico le lenti a contatto e mi scaravento sul divano.
Una volta stabilizzata la location le uniche due ansie che mi restano sono:

  • Paura di essere rimasto scemo
  • Paura di stare morendo

Don Rodrigo che scopre il bubbone rosso paonazzo.
Tremenda innaturale arsura, atavica sete, leggendaria secchezza delle fauci.
Non avrò mica contratto la peste? Io e i miei parassiti mi ha insegnato che si contrae da Pulci che hanno morso un topo infetto.
Magari quel giorno avessi fatto altro.

Una persona amica mi porge un cuscino, una coperta e và a vomitare. Ne odo i conati e capisco che non sono solo. Con premura giace sul divano di fronte a me vegliando sul mio non riposo e conferisce serenità al mio viaggio.

Non appena appoggio la coperta su di me ritorno a percepire il calore. Brividi e spasmi muscolari mi suggeriscono che qualcosa si sta muovendo, qualcosa sta cambiando.

Sono pronto
Pronto ad assecondare quello che succederà e a seguirlo dovunque mi voglia portare.

Chiudo gli occhi
Non ho bisogno di averli aperti per quello che devo vedere. E’ tutto tinto di nero, del nero più totale, colori al neon con tinte pastello squarciano l’oscurità, si muovono, si rincorrono e si fondono richiudendosi e disegnando forme primitive, glifi puri. Le ansie, i ricordi, i pensieri sono tutti lì, che si compenetrano, si stimolano a vicenda, mentre pian piano il mio Io scompare e viene relegato al mero ruolo di spettatore di questa sinistra commedia.

Adesso sono un essere senza coscienza. Non ho più percezione di me in quanto creatura.
Frugo nel buio e percepisco di poter riacquistare un briciolo di esistenza se soltanto aprissi gli occhi o muovessi un muscolo, ma non lo faccio.
Preferisco appellarmi alla speranza di poter tornare in me quando voglio, piuttosto che rischiare il trauma forse letale di essere disilluso.

Non ho voluto o non ho potuto?
Continuo a volare, testimone del mio subconscio. La palla di pensieri si addensa e si infittisce,
Con un turbinio di scintille osservo le sinapsi che si distruggono e si ricreano formando percorsi diversi, generando poco alla volta un nuovo me.

Lo osservo, mentre sorge dalle ceneri del precedente, del tutto simile al primo ma con un’accresciuta consapevolezza di sè.

La palla di pensieri inizia ad assumere una forma definita.
E’ chiaramente un 4 rosso pastello, ma non un 4 qualunque. E’ quel 4.

Sono di nuovo bambino, nella culla, e i miei occhi avidi si nutrono di ombre e luci. Con un’onda di risacca mi vengono sputati in mente ricordi, rifiuti del passato. Un adesivo, una specie di quattro rosso, sbiadito, incollato alla buona su un mobile bianco. Ce ne sono altri al pari di lui, ma è stato scelto lui.
Lo ammiro, ne apprezzo le forme, ne vaglio la fattura, guardarlo mi trasmette un senso di conforto e di paura. Sono un bimbo e sto piangendo.
La palla di pensieri fluttua decisa, si scompone e ricompone continuando ad assumere forme ben delineate, definite, sicure, come se volesse trasmettermi qualcosa, un messaggio preciso che però ancora non sono in grado di decodificare.

Sono adolescente, vedo immagini di me, vecchie foto, porzioni di sorrisi e mi riconosco a fatica, chi era quel ragazzo? Con gli occhi di un vecchio ammiro il candore di quello che una volta era un giovane, e, anche se nell’aspetto non pare molto diverso, riesco a leggergli dentro e a percepirne l’innocenza e la purezza.

Volti, corpi, persone care, tutto si mischia, si decompone e diventa quel 4.
Una delle due ansie mi risulta ad un tratto essere una gradita opzione.

Immagino il volo di 3 piani, l’atterraggio, il botto e poi nulla, kaput.
Quanto sarebbe stato diverso da questo?

Epifania
Vedo la luce, luce bianca, calda, e capisco che l’unico modo per ritrovarmi è lasciarmi cullare, trasportare dalla mia mente ovunque lei voglia e lascio che accada.

La coscienza svanisce del tutto e la palla di pensieri si fa sempre più fitta, ruotando alla velocità della luce, mentre il colore di fondo muta in bianco.

Scompaio
Ora sono nel vuoto. Nel nulla cosmico.

D’un tratto mi desto e come se nulla fosse successo sono di nuovo io, vado in bagno e piscio.
Piscio per ore, piscio per giorni, piscio per anni.

Controllo l’orologio, da quando mi sono disteso sul divano sono passate due ore.
Neanche a farlo apposta sono le 4 e finalmente posso addormentarmi tranquillo, consapevole che non morirò e che il peggio è passato.

D’un tratto non avevo più paura della morte, ma difficilmente nella vita mangerò ancora una space cake.

Number-4-on-fire

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