Corpi

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Ci sono infinite buone ragioni per scrivere. Forse ce ne sono tante quanti sono gli esseri umani su questa terra. Si può scrivere per amore; si può scrivere per diletto; per vis politica; per lavoro; per creare un mondo; per creare un mondo per scappare dalla realtà; per creare un mondo da condividere; perché si è felici o anche perché sta vivendo un periodo difficile…

Comunque io scrivo per bloccare il tempo. Eh si, perché questa storia del tempo che scorre in avanti, che passa e non torna, non è che mi piaccia poi molto. Preferirei poter fermare gli attimi, fotografarli, cristallizzarli, per dar loro un po’ di consistenza in questo mondo di fuochi fatui e chiacchiericcio senza senso. Stavolta, in particolare, vorrei congelare per sempre un rivolo di pensieri, sgorgato in questa notte di novembre e di amici, che altrimenti andrebbe perduto nel bosco, tra gli alberi per sempre dimenticato.

Da un punto di vista pesantemente filosofico, la sentenza cui il mio rivolo mi ha condotto è questa: le condizioni di esistenza dell’uomo contemporaneo lo alienano in maniera irrecuperabile da se stesso. Triste e insindacabile sentenza di inesistenza: ecco il nostro destino di uomini del nostro tempo.

Si, lo so che sembra una cosa che non si capisce, campata in aria, così. “Questo vuole attaccare il solito pippone moralista che dovremmo volerci più bene e bla bla bla…” vi starete dicendo. Eppure, pensateci bene. Che cos’è in fondo l’essere umano. In fondo in fondo dico. Alcuni (che dicono di aver studiato) pensano che la natura prima, l’eidòs, l’essenza ultima dell’essere umano sia essere un corpo. E c’è stato mai un tempo in cui noi uomini siamo stati così distanti dai nostri stessi corpi.

Seduti 12 ore su una sedia di ufficio, comunichiamo a distanza separati da uno schermo. Non ci mettiamo in gioco, non ci esponiamo. Io stesso lo sto facendo in questo momento, nascondendo a voi le mie dita che alacremente battono su questa tastiera. Ma sono le condizioni del mondo ad imporcelo oramai. Affidiamo la nostra identità a un profilo Facebook, a una foto su whatsapp, a un post pubblicato su qualche sito. Persino la guerra la facciamo a distanza… Non più coltelli e coltellate ma droni intelligenti programmati a distanza. Così si annulliamo la nostra responsabilità e con essa, senza volerlo, la nostra esistenza come individui. Quello che scriviamo perde pregnanza, quelli che ammazziamo non li abbiamo ammazzati noi. Noi abbiamo solo programmato, guardato, videoregistrato. Noi non c’eravamo…

Noi non c’eravamo… E’ proprio questo il punto. Noi non c’eravamo. Eh si, perché come facciamo a dire di essere il nostro profilo Facebook, a manifestare al mondo la nostra presenza con una foto pubblicata su un social. Nel nostro ambiente di animali cibernetici tutto è virtuale. E tutto è virtuale perché manca il corpo. Il nostro corpo. Quel caldo pezzetto di mondo che è sempre con noi, animato da un cuore palpitante e da un petto che respira. Quel corpo che è il nostro inseparabile e personale punto di vista. Una porta aperta sul mondo, il nostro corpo ci dischiude l’universo. Senza di esso noi non siamo nulla… Non dimentichiamocelo. Siamo carne e ossa. Innanzitutto.

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1 Comment

  1. Credo che una volta al giorno ognuno dovrebbe dedicare del tempo ad ascoltare il proprio corpo, quell’ammassso di muscoli, ossa e tendini costantemente sofferente e troppo spesso sottovalutato dal consueto tram tram quotidiano

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